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Instagram in camera oscura

analogico
Mi è capitato una volta durante un servizio fotografico ad un evento che un attempato ospite mi dicesse qualcosa tipo: “eh, ormai con queste macchine digitali è facile, fanno tutto loro, voi dovete fare solo click… quando c’era la pellicola era tutta un’altra cosa e bisognava essere capaci!”.
In questo frangente mi è stato molto utile ricordare le parole del Maestro Yoda, riguardo al fatto che ira e odio conducono inevitabilmente al lato oscuro, oltre al fatto che se avessi steso con un pugno un ospite forse il mio onorario non sarebbe stato pagato.
Allora ho sorriso, nel modo gaio e accomodante che ho imparato da Jack Nicholson, e mi son rimessa al lavoro.

Premetto che io ho iniziato a scattare a pellicola in bianco e nero, che me la sono sempre sviluppata e
stampata io, che ad un certo punto finalmente quello che saltava fuori dal tank non era più una sorpresa. Quindi neanche adesso che scatto in digitale quello che poi scarico sul computer è una sorpresa. Sì, ogni tanto controllo cosa sto scattando, ma è principalmente per placare l’ansia da prestazione e poi, dato che si può fare, sarebbe stupido e incosciente non controllare che stia andando tutto per il verso giusto.

Poi ho anche un account su Instagram, perché nel tempo libero una D800 è una palla al piede con qualunque obiettivo, e il dover fare delle foto sempre all’altezza di sé stessi è una palla al piede per chiunque. Uso i famigerati filtrini di Instagram, li uso tutti: perché se mio nonno dopo essere sopravvissuto a due guerre è passato dalle Alfa senza filtro a quelle col filtro, ci sarà un motivo.
Vi dico questo perché penso che della buona fotografia si possa fare con qualunque mezzo e il fatto che qualcosa sia tecnicamente più difficile non necessariamente lo nobilita. Anzi, anche se in molti casi un’idea elaborata ha bisogno di una tecnica avanzata per essere realizzata, spesso però il rifugiarsi nel tecnicamente difficile è l’unica via d’uscita per chi altrimenti non avrebbe molto da dire.
Ma ve lo dico anche perché finalmente ho pronta e cucinata la mia vendetta contro quelli che Instagram sta distruggendo la fotografia ed i bei tempi andati in cui c’erano i rullini.
Dal progetto Instadarkroom

Presenterò a The Others Art Fair il progetto fotografico “InstaDarkroom” la cui tecnica è “Stampa manuale ai sali d’argento da schermo LCD”.

Se non capite di cosa si tratta qui c’è un video che ve lo illustra, ma cercherò brevemente di spiegarvelo a parole.
Avete presente come funziona un ingranditore? Assomiglia un po’ ad un proiettore, di diapositive o di film. Per i millenials aggiungo che è composto da una lampadina che retroillumina un negativo da inserire in un’apposita guida, il quale diventa così un’immagine luminosa, e da un obiettivo che permette di mettere a fuoco l’immagine sulla superficie su cui viene proiettata.

Per stampare una foto da questo negativo basta mettere per qualche secondo un foglio di carta fotosensibile in corrispondenza dell’immagine proiettata e poi passarlo nelle vasche di sviluppo, arresto, fissaggio e lavaggio.
Poi non è vero, per fare un bel lavoro non basta, ma insomma, ci siamo capiti.

Ora, va da sé che se al posto del negativo retroilluminato io ci metto qualunque altra “immagine luminosa” il sistema funziona ugualmente.
Allora ci ho messo l’i-phone.

Ho preso una foto dal mio Instagram, l’ho invertita con una app (per stampare un positivo devo partire dal negativo) l’ho ricaricata su Instagram e ho infilato l’i-phone nell’ingranditore con lo schermo rivolto verso l’obiettivo. Poi ovviamente ho usato della carta baritata Ilford, mica stampo su della cartaccia da quattro soldi.
Il risultato chiaramente non è eccellente, ma al di là dello sberleffo presenta alcune caratteristiche interessanti.
La prima è la struttura dell’immagine. La pellicola è un supporto trasparente su cui è applicata un’emulsione di sali d’argento. Guardata con la lente d’ingrandimento, questa emulsione si presenta in goccioline, più o meno grandi a seconda della sensibilità (i famosi iso o asa) distribuiti e strutturati in modo diverso a seconda della tecnologia con la quale è stata prodotta e, per gli occhi più acuti, anche in base al liquido di sviluppo usato. Questa struttura è ovviamente visibile anche nella foto stampata, tanto più quanto questa viene ingrandita, fornendole la caratteristica granulosità della stampa analogica.
Con un po’ di esperienza è possibile guardando una stampa identificare marca e tipo della pellicola e, conseguentemente, anche se si tratta di una stampa da negativo o da file (insomma, una degustazione alla cieca di pellicole e liquidi di sviluppo).
In questo caso, stiamo stampando direttamente da uno schermo, per cui quello che vediamo sulla fotografia finale è la tipica struttura a griglia dello schermo. Stampassimo da smartphone di marche diverse, con tecnologie dello schermo diverse, avremmo delle immagini con una “grana” diversa e perfettamente riconoscibili.
Dal progetto Instadarkroom

La seconda è il bordo del fotogramma. Allargano un po’ le lamelle della guida, è possibile andare a stampare anche il bordo della pellicola, quindi far comparire sulla stampa finale il numero del fotogramma ed esplicitamente marca e tipo della pellicola. Stampare il bordo rappresenta un po’ il vezzo di chi ci tiene a far vedere che la foto è composta tale e quale è stata scattata e non è stata riquadrata in fase di stampa (le cornici di Instagram simulano quasi tutte degli effetti da ingranditore, in particolare la cornice del filtro Nashville è proprio il bordo di una pellicola medio formato).

Nel nostro caso, stampando il bordo dell’immagine, riveliamo la schermata di Instagram, con nome e foto di profilo: anche in questo caso la stampa ci racconta da dove arriva la foto.
 
Instadarkroom verrà esposto a The Others all’interno del progetto “Ricordare il futuro” di Plastikwombat – Photography, art and Concept (cioè noi) assieme a “Lethe” di Paolo Grinza.

A parte le facezie che vi ho appena esposto, entrambi i lavori si interrogano sulla memoria, sul suo significato e su come la percepiamo e gestiamo oggi. Instadarkroom in particolare ci racconta come la nostra fotografia personale e familiare sia evoluta, passando dal rullino che veniva stampato per intero e messo in un album, a delle immagini immateriali che affidiamo ai social network, che seppelliamo negli hard disk e magari un giorno non troveremo più. Il gesto di prendere un telefonino e “ficcare Instagram” direttamente nell’ingranditore, non vuole essere soltanto dissacratore ma portarci a riflettere su come archiviamo i nostri ricordi, se un supporto digitale ci basta o se preferiamo ancora la sicurezza di un foglio stampato da tenere in mano.
“Ricordare il futuro” sarà visitabile presso “The Others Art Fair”, che si terrà dal 5 all’8 novembre all’ex Carcere Le Nuove, Via Paolo Borsellino, 3 Torino.
Una presentazione del progetto Instadarkroom avverà durante “Finding Ada 2015”il cappello sotto cui, dal 15 al 17 Ottobre, avranno luogo una serie di festeggiamenti per i 200 anni dalla nascita di Ada Lovelace Byron.
La tavola rotonda in cui il progetto verrà presentato, si terrà il 16 ottobre dalle 15:00 alle 18:00 presso l’Accademia delle Scienze di Torino, Via Maria Vittoria, 3 a Torino.
La partecipazione è gratuita ma è necessario prenotare.
Per seguire il progetto, qui c’è il mio account Instagram.
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