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le 5 mazzate di Milano

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Foto dal progetto Book In The Face

La settimana scorsa sono andata ad uno “speed-date” organizzato dallo IED di Milano e l’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti Tau Visual, di cui faccio parte. Non si trattava di una vera e propria lettura di portfolio ma di una critica più rapida e immediata, così come è veloce la nostra quotidiana fruizione della maggior parte delle immagini a cui siamo esposti.
Conduceva il dibattito Roberto Tomesani (coordinatore generale di Tau Visual), la critica era affidata ad Alessia Glaviano (photoeditor senior di Vogue Italia), Maurizio Rebuzzini (storico e critico), Maurizio Galimberti (fotografo ed artista).

Vi dico subito che sono stata ad un pelo dal partecipare con le mie immagini ma purtroppo “Abbiamo dovuto, nostro malgrado, privilegiare quei progetti che sembravano essere piu’ adatti ad innescare un dibattito od una critica: caratteristiche, queste – nota bene – ben lontane da una valutazione di “qualita’… Le tue immagini sono dunque tenute nelle “riserve” non perche’ reputate meno valide, ma perche’ appartenenti ad un progetto meno “criticabile” o meno adatto a valutazioni di commento.

Dico “purtroppo” ma in realtà l’ho scampata perché è stato un bel massacro. 
Tutte le osservazioni e critiche fatte, benché dure, le ho trovate condivisibili e toccavano aspetti che da tempo tengo in considerazione, con maggiore o minore successo, quindi per me nessuna grossa novità. L’unico difetto dell’evento mi è parso il non aver ben definito dove fosse posizionata l’asticella della qualità minima: per capirci, un’immagine può essere di qualità insufficiente per una pubblicità di Guess ma ottima per quella della stilista che ha il negozio a due isolati dal mio, tenendo anche conto della differenza di budget messo a disposizione dai due clienti.
Detto questo passo subito ad elencare le 5 cose da non fare che hanno mandato il bestia il triumvirato.
1- Non scrivere un concept del progetto che scomodi psicanalisi, esoterismo, divinità di antiche civiltà, grandi valori dell’umanità, simbolismo e tragedia olistica per poi fare due fotine che non riescono a rappresentare un centesimo di quanto preannunciato. 
Consiglio ricevuto: “leggete di meno”, che sta a significare la necessità di concentrarsi più sul linguaggio visuale, cioè sulla foto e sulla sua incisività e meno sull’inventarsi le cazzabubbole a corredo. 
2- Basta cliché. Ad un certo punto ho seriamente temuto che Alessia Glaviano si mettesse a vomitare. Sono contenta, è una cosa che ai miei corsi dico fino alla nausea e i conati della guru di Vogue mi hanno rinfrancato. E’ difficile spiegare cos’è un cliché in fotografia, perché la maggior parte delle foto che vede il grande pubblico sono dei cliché, quindi sembra tutto normale. Diciamo che se pensate di fare una foto perché credete che quella sia una foto figa, in quanto avete visto quel tipo di foto tra le foto che voi considerate fighe, al 99% è un cliché. Esempio: vecchio pescatore rugoso in bianco e nero, povero per strada in bianco e nero, africano con costume tradizionale coloratissimo, autoritratto in preda ad un non meglio specificato tormento,  i “non luoghi” (urla di disperazione credo da parte di Rebuzzini) tipo pompe da benzina o fabbriche abbandonate, modella nella discarica, bambino asiatico che sorride.  E potrei andare avanti per ore.
Dato che posso andare avanti per ore probabilmente finirei con l’elencare tutte le possibili fotografie scattate e mai scattate (una sorta di mega archivio fotografico Borgesiano) facendomi urlare dietro: “eh, ma allora non si può fotografare più niente!”.
La soluzione (non mi sembra l’abbiano data ma anni di esperienze di questo tipo me l’hanno fatta ricostruire) è di fotografare cosa piace a noi e come piace a noi. Magari farà schifo ma non sarà un cliché. Il vantaggio è che dal cliché non se ne esce, dalle proprie schifezze si cresce (e fa pure rima).
3- L’editing santo Iddio, l’editing. Editing significa che se ti hanno detto di mandare fino a cinque foto di un tuo progetto, le devi scegliere bene. Che significa eventualmente mandarne solo tre, se non c’è scritto “cinque” ma “massimo cinque”. Questo vale soprattutto se il progetto è ad uno stadio iniziale: è normale che non si abbiano cinque foto buone. E significa comunque a priori già aver buttato via tutta quella roba che non funziona, che se non ti convince oggi, figurati domani, figurati tra un mese e strafigurati tra un anno. Che questa roba va buttata e non deve mai e poi mai finire sul tavolo di qualcuno. Che il progetto non è un “best of” ma che le foto che presenti devono avere tra loro una coerenza estetica, stilistica e concettuale. Che anche la qualità delle foto deve essere coerente, se ci sono due foto su tre che fanno schifo ammazzano tutto.
Una buona cura è ricordarsi il poco elegante ma estremamente veritiero adagio: se ho una botte di piscio e ci verso un bicchiere di whisky, ho una botte di piscio; se ho una botte di whisky e ci verso un bicchiere di piscio, ho una botte di piscio.
4- Non essere didascalici ma fermarsi un passo prima dall’aver spiegato tutto. Per capirci, se voglio rappresentare uno prossimo al suicidio, non è il caso che metta in primo piano corda e sapone. La fotografia ci deve aprire un mondo, deve darci un accesso e lasciarci con la voglia di indagare. E’ la differenza che c’è tra un’opera d’arte e le istruzioni di montaggio di un mobile Ikea. Ciò che spiega tutto non lascia nessuna curiosità, nessuna tensione, nessun desiderio. Il didascalico può, tra le altre cose, sfociare facilmente nel cliché. 
5- La foto, specialmente ora dove più o meno tutto è stato fotografato, deve staccarsi dalla realtà. “If you want reality, take the bus!” disse David LaChapelle. Non è necessario allontanarsi così tanto, ma se la nostra foto è esattamente cosa vedrebbe chiunque si trovasse lì in quel momento allora non c’è veramente nessun motivo di scattarla. Anche una foto di street photography che potrebbe sembrare quanto di più reale ci sia, in realtà non lo è e questo la distingue dalle famigerate “foto per strada”; è una foto dove si crea una sorta di istante magico, comico, estetico, poetico che è molto raro e ben lontano da cosa si vede normalmente per strada.
Ora andate e ripulite i vostri Hard Disk.
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