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Perché fotografare il cibo

food
Ph. Paolo Grinza, Chef Marcello Trentini

 

Oggi parliamo di food, lascio quindi la tastiera a Paolo, perché tra i due è lui l’esperto.

Qualche anno fa ebbi l’opportunità di assistere ad una conferenza organizzata dall’agenzia Magnum Photos alla quale partecipava tra gli altri Alex Majoli, fotografo italiano ed ex direttore dell’agenzia stessa. Tra le molte cose dette, quella che mi colpì maggiormente fu ciò che rispose a chi gli chiedeva quale fosse secondo lui la fonte di ispirazione più importante da seguire durante lo svolgimento di un progetto fotografico. 

La sua risposta fu: “Le proprie ossessioni”.
È questa, secondo me, la corretta chiave di lettura per comprendere ciò che dispone le persone a tirar fuori un apparecchio fotografico proprio in uno de momenti che sembrerebbero meno opportuni: l’arrivo di un piatto al proprio tavolo. Non può che essere ossessione, quella che ha reso per alcuni il gesto di scattare una fotografia come un preludio al pasto tanto naturale quanto il riflesso salivare.
Dal punto di vista del bon ton non ho molto da dire, se ognuno seguisse le proprie ossessioni nel modo meno molesto per il prossimo, avremmo probabilmente riconquistato l’Eden perduto. Mi limiterò quindi a darvi qualche consiglio per fare in modo che la vostra piccola ossessione per la fotografia di cibo sia non solo piacevole per voi, ma susciti il minor biasimo possibile in chi vi circonda, massimizzando la qualità dei vostri scatti. 
Cerchiamo innanzitutto di capire quali sono le criticità fotografiche della situazione in cui siete. Non nascondo che è probabilmente una delle peggiori che possiate trovare se dovete fare esclusivo affidamento sulla luce ambientale (eh no, non potete montare tre flash da 1000W senza rischiare l’intervento dei carabinieri, i ristoratori tendono ad essere permalosi da questo punto di vista). Per quanto sia luminosa la sala di un ristorante, non lo sarà mai abbastanza per ottenere una resa dei colori e delle transizioni tonali che possano assicurarvi una buona qualità su un’immagine di dimensioni medio-grandi. Prendetevi qualche minuto per accettarlo e andiamo avanti.
Quali possono quindi essere, più verosimilmente, le vostre aspettative? Tipicamente, in una situazione come questa, riuscire a portare a casa un’immagine che sia fruibile su un dispositivo mobile a scopo di condivisione sui social è il massimo a cui poter aspirare. Anche a queste condizioni non è comunque banale, perché oltre alla quantità di luce disponibile, dovrete badare alla sua qualità. Questo significa che nella maggior parte dei casi le ombre saranno decisamente dure; scordatevi quelle ombre morbide, avvolgenti e setose che fanno tanto pro.
Ombre morbide, avvolgenti e setose

Vediamo come affrontare la situazione.  

Partiamo dal presupposto che siate al ristorante con uno smartphone, dal momento che sfoderare una reflex con il macro e montarla su un cavalletto schianterebbe la carriera anche al più navigato dei maître.  
Innanzi tutto, provvedete precedentemente alle regolazioni del caso, che devono essere:
– modalità silenziosa (ogni volta che parte un “click” finto, un gattino muore);
NO FLASH: mai per nessun motivo lo userete (promettetelo ora sulla testa del vostro gatto);
– se potete scegliere, mettete ISO e bilanciamento del bianco su AUTO; 
– il mio consiglio è dopo lo scatto di usare un’app tipo Snapseed perché permette di eseguire delle variazioni locali di luminosità e contrasto (disclaimer: gli sviluppatori di Snapseed non ci pagano, quindi se utilizzate un’altra app che funziona bene e ha questo tipo di funzionalità non solo continuate ad usarla, ma magari segnalatecela nei commenti).
Prima di estrarre l’apparecchio pre-visualizzate l’inquadratura e valutate l’effettiva presenza di luce e la qualità delle ombre (morbide o dure).
Fate molta attenzione allo sfondo: a meno che non decidiate di scattare dall’alto, dovrete quasi sicuramente gestire degli elementi di disturbo che saranno presenti sullo sfondo. Cercate quindi di eliminarli posizionandovi convenientemente, dal momento che eliminarli fisicamente potrebbe essere poco pratico.
Solo a questo punto estraete, scattate e reinguainate. Dev’essere un’unico fluido e possente movimento che stupirà i vostri commensali e non lascerà loro il tempo di reagire. Allenatevi a casa, in fondo questa è la vostra ossessione, no? A parte gli scherzi, scattare velocemente vi aiuta ad avere l’immagine del piatto al suo meglio, visto che man mano che il tempo passa i particolari più delicati tendono a degradarsi (le verdure crude si ammosciano, le spume si sgonfiano, le salse si solidificano opacizzandosi e così via).
In questo momento, comunque, l’unica vostra preoccupazione deve essere quella di comporre l’immagine nel modo migliore possibile.  Questo significa anche che dovete mettere a fuoco nel modo migliore possibile. Per quanto possa sembrare una considerazione banale, vi voglio ricordare che porta con sé un paio di implicazioni fondamentali. Ricordate che lo smartphone mette a fuoco esattamente nel punto in cui toccate lo schermo. Non solo: in quel punto decide anche l’esposizione dello scatto, cioè quale sarà la sua luminosità. Tenetene conto, perché se l’esposizione è misurata in una zona scura, avrete un’immagine globalmente più chiara e viceversa.
Lo scatto nudo e crudo…
Eccellente. Se avete fatto tutto correttamente avrete quasi sicuramente un pessimo scatto del piatto che avete davanti. “Pessimo” nel senso che, per quanto detto finora, l’illuminazione sarà tutto tranne che ideale.
Quindi che si fa? Si passa alla fase 2, la post-produzione. Se questo vi evoca scenari epici, in cui vi vedete chini sul pc a ripennellare per ore il vostro scatto, state guardando il film sbagliato. Nella realtà dei fatti bastano un paio di semplici mosse che il bon ton suggerirebbe di eseguire ben dopo il caffè e i giri di amari:
– se necessario riquadrare l’immagine (crop) e regolarne la “temperatura” (bilanciamento del bianco) compensando dominanti azzurre/gialline;
– regolate quella che in Snapseed viene chiamata “presenza” (è tecnicamente il contrasto dei mezzi toni);
– se le ombre sono molto dure cercare di attenuare un po’ il contrasto e/o i toni scuri;
– aumentate localmente la luminosità delle zone che secondo voi sono il centro d’attenzione dello scatto (ed eventualmente scurite quelle meno importanti o che possono distrarre);
… e dopo il passaggio in Snapseed
(e qui dopo un ulteriore passaggio su Instagram).
– se proprio sentite la necessità di utilizzare un filtro, sceglietene uno che mantenga i colori abbastanza inalterati, ma che ne aumenti saturazione e brillantezza.
Questa strategia in due passi è probabilmente la migliore che potete abbracciare per affrontare uno scatto in queste condizioni. Il “prima e dopo” vi mostra quanto sia cruciale eseguire la post-produzione, che diventa quindi imprescindibile per compensare la mancanza di un’attrezzatura e illuminazione adeguate. Come potete verificare visualizzando l’immagine da Instagram, la resa su uno smartphone è più che accettabile, soprattutto considerando lo scatto di partenza, mentre quella su computer mostra tutti i limiti del fatto che si è recuperata una fotografia sottoesposta.
Concludendo, se in generale mi trovo d’accordo con quelli che sostengono che scattare delle buone foto al ristorante, in veste di clienti, sia impossibile, sarete anche d’accordo che, con poche semplici accortezze si possono produrre degli scatti assolutamente apprezzabili da far girare sui social, placando temporaneamente le vostre foodie obsessions.
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