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Ma guardi cosa fotografi o fotografi cosa guardi?

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Sono andata recentemente all’Expo, per cui farò riferimento a questo evento in particolare, ma il discorso si potrebbe applicare ad un’infinità di altre situazioni.

Il risotto di Davide Oldani
con cui ho fatto colazione appena arrivata

Ogni volta che metto piede in un posto appena più interessante dell’aiuola sotto casa dove pisciano i cani, mi trovo circondata da una moltitudine di cyborg che al posto degli occhi hanno delle apparecchiature fotografiche attraverso le quali vedono il mondo selettivamente, trasformandosi irreparabilmente in un’orda molesta e stroboscopica (sì, perché normalmente non si può usare il flash ma non tutti lo tolgono e quasi nessuno toglie la luce pilota per la messa a fuoco), da cui è impossibile mettersi in salvo.

La caipirinha del padiglione Brasiliano,
con cui ho completato la colazione

Non voglio fare quella senza peccato che lancia le pietre (per dimostrare che ho peccato, questo aricolo è pieno delle mie foto all’Expo), lo so che quando uno ha la passione per la fotografia, soprattutto all’inizio, tende a non separarsi dalla macchina fotografica e scattare ogni qual volta gli si offra l’occasione, in particolare ora col digitale dove il costo non è proporzionale al numero di scatti.
Ma c’è un problema legato a tutto questo: a qual pro ci si trasforma in esseri con un teleobiettivo al posto del naso e una memory card al posto del cervello?

Padiglione Corea, hanno scritto sui muri
prima che provvedessero i visitatori italiani
Installazione del padiglione
della Corea, dove si fa la fila.   

Salvo rare occasioni dovute principalmente alla fortuna, è molto difficile fotografare quello che non si conosce. Intendo dire fare una buona foto, che sia nostra, non una foto che si prenda tanti like e cuoricini, ma che potremmo aver fatto noi come mille altri. Una buona foto, come un discorso sensato, non può che partire da qualcosa che conosciamo o col quale per lo meno abbiamo sufficiente familiarità. Se non sono in grado di fare un tema di due paginette sul Perù, come posso pensare di andare in Perù e fare delle foto decenti? Certo potrei fare il ritratto al bambino col cappello andino (un grande classico che non tramonta mai) o alle donne che trasportano dei grandi sacconi colorati. Magari non farei nemmeno delle foto brutte, e ci mancherebbe visto che sono una fotografa, ma non starei facendo io delle foto del Perù, starei replicando le foto del Perù che ho già visto. Ce n’è veramente bisogno?

Padiglione Corea, non passate di fretta
in questo corridoio che succedono un
fracco di cose!

Se stiamo visitando un posto o osservando un evento per la prima volta, non possiamo di certo conoscerlo; se decidiamo di fotografarlo, di fatto lo stiamo approcciando attraverso una lente, guardando la realtà come se fosse un film mal girato. Se giunti in un luogo, come prima cosa scattiamo delle foto, stiamo rinunciando a fare un’esperienza in cambio di alcune immagini mediocri che ci porteremo a casa. Non sto dicendo di non scattare qualche foto per ricordo o per condividere coi vostri amici cosa vi è piaciuto, ma di vivere quello che vi sta succedendo, guardarvi in torno, parlare con la gente, senza pensare a fare foto. Perché quello che state vivendo e osservando vi arricchisce e vi aiuterà a fare le prossime foto, che farete comodamente quando non ci sarà un tubo da vedere, ma voi vedrete qualcosa e porterete a casa uno scatto tutto vostro. Oppure ad un certo punto vi verrà l’illuminazione e tirerete fuori la macchina foto, ma dopo l’illuminazione, non prima.

Padiglione Brasile, visone dall’alto
(ci sono anche le scale eh, io ve lo dico)
stessa installazione di prima

Io all’Expo ci ho passato una giornata e ne ho scattate undici in tutto, con Instagram. Nel padiglione del Giappone, durante uno spettacolo che lasciava a bocca aperta, soprattutto per l’effetto immersione totale in una stanza in cui vi erano proiezioni su pavimento, pareti e soffitto, un ragazzo ha scattato una foto ogni 30 secondi, otturandomi tutti i chakra e creandomi degli scompensi metabolici (è stato ovviamene lui, non la caipirinha alle dieci di mattina al padiglione brasiliano), perché con la sua lucina da albero di Natale fuoriluogo mi accecava ogni volta che cercava di mettere a fuoco qualcosa, visto che eravamo in una stanza completamente riflettente.

La terrazza del padiglione Russia

Ragazzo che mi hai sparato la luce negli occhi nel padiglione del Giappone il 29 giugno, se leggi questo blog devi sapere una cosa: ti odio!
Non ho nessuna foto di questo spettacolo, perché era troppo figo e me lo sono goduto.
Mi sembra veramente un’occasione persa vederne solo una porzione attraverso il visore e portarsi a casa il ricordo di qualcosa che non si è veramente vissuto.

Quindi, mentre vi godete le mie undici foto sparse su questa pagina vi riassumo le conclusioni sul tema a cui sono giunta in dieci anni che traffico con la fotografia:

Celebrazione della scienza e della chimica nel
padiglione Russo (ok, autocelebrativi ma
meglio dei thailandesi che celebravano il re)

1- Chi fa foto disturba sempre, disturba poco se è discreto, molto se è un invasato. Comunque impiccia chi gli sta attorno e vuole vedere e godersi le cose, senza la preoccupazione di trovarsi il fotografo tra i piedi o di rovinargli al foto.

Dovete sapere cos’è e non ve lo dico

2- Dato il punto uno, a meno che non si sia da soli in una discarica dove si possono fare i propri comodi, occorre essere  molto selettivi su cosa si vuole fotografare: questo aiuta sia a ragionare su cosa si sta facendo, sia a risultare meno molesti.

(i punti 1 e 2 dovrebbero essere i primi comandamenti del fotografo di matrimonio, visto che deve fotografare ma non può diventare lui il protagonista della giornata)

3- Per fotografare bene qualcosa bisogna partire dal soggetto e non dalle foto di quel soggetto che abbiamo visto e ci sono piaciute.

4- Per fare una foto partendo dal soggetto stesso, bisogna conoscerlo, guardarlo, giudicarlo, amarlo o odiarlo.

Quest’uomo aveva dei calzini orrendi:
il mondo doveva saperlo.

5- Nel menù di ogni apparecchio fotografico, anche nei telefonini, c’è l’opzione che permette di togliere il flash e la luce ausiliaria per la messa a fuoco.

6- Non snobbare le discariche e le aiuole dove pisciano i cani, spesso dove non c’è nulla di bello o interessante è la palestra migliore per scattare e crescere.

Se queste undici foto non vi sono bastate, mi potete seguire su Instagram dove sono manifoldwalker.

ciao! questo post mi é piaciuto molto. mi é piaciuto per come é scritto e per il messaggio che passa, perché mi fa sentire un po' meno solo. sto cercando di uscire dalla fase compulsiva del fotografo da vacanza e avevo bisogno di supporto. 😉 la mia illuminazione é arrivata l'anno scorso, nel salar di Uyuni, in Bolivia. una infinita (a causa della prospettiva e di quel po' di curvatura) crosta di sale bianchissimo spaccato in losanghe esagonali. cielo azzurro, vulcani ai margini, un'isola al centro (piú o meno). la tentazione é quella di scattare a raffica. ogni inquadtratura ti sembra la foto della vita. poi ti guardi intorno e vedi la gente in pose strane. gente che cerca di fotografarsi mentre salta, gente che gioca con la prospettiva e cerca di prendere il fuoristrada con due dita, gente in mutande sul sale. e parte il deja vu. dove ho giá visto tutto questo? ma certo, su internet (da facebook a twitter passando per Repubblica "cultura e societá"). e allora capisci che sei su una brutta china. che quello é il prossimo passo. e rimetti la macchina nel fodero, dici all'autista che va bene, abbiamo visto, possiamo andare. poi gli chiedi di fermarsi a qualche chilometro di distanza (basta, per lasciarti indietro il popolo della rete). scendi, senza macchina foto, cammini, ti siedi sul sale, respiri. alla fine ho fatto molte meno foto. ho dei bellissimi ricordi. grazie.

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