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Perché non sali a vedere la mia collezione di farfalle?

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Vi capita vero di svegliarvi la mattina e dire: “mhhh, oggi ho proprio voglia di fare delle foto!” e poi trovarvi a vagare raminghi in cerca di ispirazione e non concludere nulla di buono? Sì, capita.
O di mobilitare un paio di persone, portarle in studio o in una location e poi boh, cavarci ben poco? Capita anche quello.
foto del cavolo

Capita però anche che, benché non si sia concluso nulla di buono, si carichino le foto su qualche social e ci sia un diluvio di like, cuoricini, commenti estasiati. Io, per esempio, con questa foto di un cavolo che ho fatto con Instagram e ri-postata su Facebook, ho ricevuto commenti entusiastici, addirittura sull’originalità della foto, quando basta googlare “cavolo rosso” per rendersi conto di quanto l’immagine sia inflazionata.
Questo vuol semplicemente dire che piace ai vostri amici e ai vostri followers (che poi sono gli stessi che quando li invitate a pranzo vi dicono “ma tu cucini benissimo, dovresti aprire un ristorante o andare a Master Chef!”) quindi non li dovreste ascoltare, almeno, non se volete un parere serio ed evitare di andare in rovina.

Se volete un parere cattivo, ascoltate Benedusi, in alternativa (o a complemento) leggete questo post.

Chiaramente non esistono soggetti migliori di altri, quindi la modella tatuata messa a pecora su una spiaggia non è che vada male di per sé e non è nemmeno questo che credo intenda dire Benedusi. Semplicemente ci sono soggetti che ci portano fuori strada più di altri (la strada per una buona fotografia, se volete rimorchiare provate pure a fare come meglio credete) ed è da questi che vi mette in guardia chi cerca di spingervi a migliorare le vostre foto. Per capire come mai il sasso sia un soggetto migliore di una bella ragazza, dobbiamo fare un passo indietro.

Il primo approccio che normalmente si ha quando ci si avvicina alla fotografia è quello del collezionista di cose belle. Un paesaggio, un fiore, una persona, un momento speciale. Fotografandolo si ha la sensazione di appropriarsene, di non perderlo, di poterlo recuperare in seguito o di condividerlo con qualcuno. Questa è la principale funzione delle foto familiari, delle vacanze, delle feste, che vanno a costruire una memoria visiva dei nostri ricordi. Ben presto ci si rende conto che di tutta sta roba ce ne frega a noi e a pochi altri, perché nella migliore delle ipotesi si è riusciti a portare a casa qualche foto esteticamente piacevole, che sicuramente è un bene, come non sbagliare i congiuntivi, ma è una premessa più che un punto di arrivo.

Raggiungendo la consapevolezza dei grandi limiti del primo approccio, si passa per contrarietà al secondo: fotografare le cose brutte. L’immondizia, il poveraccio, la fabbrica abbandonata, la periferia desolata. Con questo si intende normalmente dimostrare di essere evoluti dalla “fase uno” e si ammanta il tutto con il concetto di denuncia o impegno, come se mai nessuno si fosse mai accorto che i cassonetti traboccano o che ci sia un senzatetto in ogni angolo del centro. L’unico risultato concreto è di avere ora non una collezione di cose belle ma una di cose brutte.
È comunque un passo importante, se lo avete già compiuto almeno potrete passare alla fase tre.

Ora che abbiamo terminato le cose belle e le cose brutte, ci siamo magari resi conto che non è quello che fotografiamo che conta, ma come lo fotografiamo. Nel frattempo abbiamo visitato qualche mostra, comprato qualche libro e ci siamo fatti un’idea di come sia fatta una buona foto e capito che finora non ne avevamo fatte.
Il terzo approccio è quindi quello di replicare forma e contenuti delle foto d’autore, normalmente di autori che sono ormai dei classici della fotografia, in quanto sono spesso i primi di cui veniamo a conoscenza. Non è molto dissimile dai precedenti, se non che ormai non stiamo più cercando di riprodurre un soggetto, bello o brutto che sia, ma di riprodurre una fotografia che sappiamo essere valida. Ovviamente si tratta di un progresso rispetto alle fasi precedenti, perché se riusciamo nel nostro intento avremmo fatto una buona fotografia, di cui però ormai non frega più niente a nessuno perché l’ha già fatta l’autore che è diventato un classico e migliaia di fotoamatori prima di noi.
Scoraggiati si passa al quarto approccio: non ci si ispira più a nessuno perché ormai tutto è stato fatto e si cerca la propria strada facendo le cose più strane e originali che ci vengono in mente. Quindi, dopo esserci fatti un ritratto concettuale appendendo la macchina foto al culo del gatto e aspettandolo con la testa nella lettiera, scopriamo che ci ha già pensato un artista tedesco e siamo colti da scoramento, disgusto e vago senso del ridicolo. 
La risposta a tutto questo è che non c’è una risposta, se non “42”, ma purtroppo non sappiamo quale sia la domanda. Quello che è certo è che se invitate qualcuno a salire a vedere la vostra collezione di farfalle, se sale è perché gli interessate voi e non le farfalle. 
Per lo stesso motivo, il modo migliore per interessare qualcuno alle nostre foto è parlare di noi: di quello che ci piace, di quello che non ci piace, di cosa pensiamo, di cosa ci stupisce, di cosa amiamo. Non creare una collezione di immagini che secondo noi o che, in base a cosa abbiamo visto e sentito dire,  funzionano.
Ed è per questo preciso motivo che se fotografiamo un sasso partiamo con la mente più libera da cliché e preconcetti, rispetto alle foto della modella; dobbiamo pensare a cosa facciamo e perché lo facciamo anziché adagiarci su qualcosa di già visto e replicarlo.
Con questo non voglio dirvi di mettervi a fotografare solo sassi, che poi tutte le “models” vanno in crisi per mancanza di attenzioni, né di cercare la modella più simile ad un sasso, che credo che alla fin fine non renda. Proviamo però ad essere noi stessi: è un esercizio difficile, spesso non ripaga nell’immediato, ma credo che in fondo ce lo dobbiamo, specialmente se facciamo foto per passione.
  
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