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Photoscioppami tutta!

fotografia
(Foto di copertina dal profilo Instagram di Imma Cuesta)

Eccoci finalmente, sembrava strano anche a me che dopo ventisei post non avessi ancora parlato di Photoshop su un blog di fotografia, nell’Anno del Signore 2015.
Poi a pensarci meglio no, è normale che non ne abbia parlato perché in fondo è un argomento che non mi interessa ma, come spesso accade, capita che un giorno bussi alla tua porta. Questa volta ha bussato dal profilo Instagram di Inma Cuesta, che si è trovata orrendamente photoshoppata sulla copertina dell’inserto domenicale del Periodico de Catalunya
Dico “orrendamente” perché si tratta di un lavoro pessimo anche dal punto di vista tecnico, oltre al fatto che lei stessa commenta “guardarsi e non riconoscersi”, che forse è qualcosa di ancora più tremendo di un lavoro mal fatto.
Ed è proprio questo fatto di non riconoscersi che mi ha convinto a scrivere questo post: cosa succede invece se qualcuno non si riconosce nello scatto nudo e crudo, ma si riconosce dopo qualche tocco di photoshop?
La questione del riconoscere se stessi in fotografia è piuttosto complicata, me ne accorgo in continuazione dato che mi occupo prevalentemente di ritrarre le persone. E’ un lavoro quasi da psicologo: si tratta di sintonizzare la mia visione di quella persona con quella che la persona ha di sé e lavorare in digitale aiuta molto in questo frangente, dato che possiamo visionare e commentare insieme gli scatti durante la sessione fotografica. 
Ma questo ovviamente non è tutto. Una persona non la guardiamo mai fissamente e così da vicino come ci permettiamo invece di fare con una sua fotografia, soprattutto una persona è sempre a grandezza naturale, mentre in una stampa di grandi dimensioni possiamo avere accesso a dettagli che ad occhio nudo non vedremmo. Per questo taluni dicono che la fotografia sia impietosa, perché un obiettivo di buona qualità e una buona padronanza del mezzo permettono di catturare ogni nostro poro, ruga, brufolo, pelucco, crosticina, rotolino di ciccia, cedimento epidermico.
Non togliermi neppure una ruga. Le ho pagate tutte care

Ma a questo i fotografi sono abituati da sempre, infatti anche molto prima di Photoshop si è sempre impiegata ogni tecnica conosciuta, in fase di illuminazione, di scatto e di stampa per rendere l’immagine meno impietosa, ma non per questo meno vera.

Se parlando con una persona non mi sono accorta che aveva due punti neri sul lato destro del naso, quale immagine è più fedele all’aspetto di quella persona, quella dove i punti neri ci sono o quella dove non ci sono? E’ più vero cosa vedo io o cosa vede la macchina foto?
Io ho deciso unilateralmente che è più vero cosa vedo io, per cui se ciò che non avevo notato di persona lo noto ingrandendo il naso del soggetto a tutto schermo (per la cronaca, ho un 27 pollici) lo levo con Photoshop senza pensarci due volte.  E nessuno si è mai lamentato, perché se lasciassi tutto com’è la persona in molti casi non si riconoscerebbe, direbbe di non avere tutti quei brufoli, tutte quelle rughe, la pelle così moscia, i capelli così radi, i denti così gialli.  In fondo avrebbe anche ragione.
E rispetto a cosa vedo io è ancora più vero cosa vede l’innamorato, per cui uso Photoshop un po’ come gli occhiali dell’amore, un filtro gentile tra cosa mi è comparso a schermo e l’immagine che consegneremo al mondo. A meno che una persona non ami tutte le sue rughe, allora gliele lascio.

Alla fine è per questo motivo che non parlo mai molto di Photoshop, così come non parlo di quando mi depilo le gambe, mi limo le unghie, mi passo il filo interdentale. Sono piccole attenzioni che non cambiano la sostanza ma che ci fanno sentire un po’ meglio.

Tutto questo ovviamente vale soltanto per il ritratto (Dal dizionario Treccani: Opera d’arte o fotografia che ritrae, cioè rappresenta, la figura o la fisionomia di una persona: dipingere, disegnare, scolpire un r.;) non quando il soggetto si presta ad interpretare un certo personaggio (ricordo ai naviganti che la fotografia, come il cinema, è finzione, ad eccezione dei documentari e del giornalismo).
Se poi troppe fotografie sono abitate da personaggi tutti uguali, ridotti a colpi di Photoshop ad uno stesso canone di bellezza o di bruttezza, è un altro paio di maniche.
E’ la stessa differenza che c’è tra il mitigare un naso importante con una pettinatura voluminosa e farsi un nasino alla Brigitte Bardot con una rinoplastica. Ognuno è libero di fare come crede, il brutto è quando te lo impongono e poi non ti riconosci più.
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