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Foto ri-educazione Siberiana

mostra
Terrore in URSS, dalla pagina della mostra

 

Sono appena tornata da Parigi dove sono andata ad un matrimonio in veste di invitata e di fotografa. Nel frattempo ho colto l’occasione per visitare un po’ di cose interessanti, tra cui il centro  Le Bal che vi consiglio caldamente, perché finora non mi ha mai deluso. Questa volta c’era una mostra “Image à charge” che più che una mostra fotografica è una mostra su come l’immagine è stata ed è ad oggi usata come prova di un accadimento. Si passa dalle prime foto della polizia sul luogo del delitto fatte con criteri investigativi, alla ricostruzione della dinamica di un attacco con un drone in Pakistan a partire dallo spezzone di un filmato clandestino.
La mostra è fatta bene, è molto interessante e a tratti piuttosto intensa (ci sono le immagini dei campi di sterminio nazisti proiettate al processo di Norimberga, l’analisi del cranio di Mengele per l’identificazione della salma) ma dal punto di vista fotografico mi ha colpito una cosa in particolare: i ritratti dei condannati a morte in URSS nel 1937-38. Al di là del fatto che la cosa è toccante in sé, non si può non notare che sono degli ottimi ritratti, sicuramente scattati da qualcuno che sa bene quello che sta facendo. Tenendo anche conto della situazione (insomma, sono dei condannati a morte, la foto è a solo scopo di archivio, sono scattate in una baracca di un gulag in Siberia) vediamo una buona scelta dell’illuminazione, proveniente con tutta probabilità da una finestra, una certa cura dell’inquadratura e di tutti gli aspetti tecnici dallo scatto, allo sviluppo, alla stampa.
A questo punto, lasciando un attimo da parte l’umana pietà per questa povera gente, trovo ben due spunti di polemica e indignazione, che senza por tempo in mezzo vi vado ad illustrare.
Primo: uno dei dittatori più sanguinari del secolo scorso, per far fotografare della gente cha aveva appena condannato a morte ha pensato bene di chiamare un bravo fotografo professionista e non di mettere una macchina foto in mano al primo soldato morto di fame e freddo che gli è capitato tra i piedi, mentre oggi tante bravissime persone se devono fare una foto, che ne so, al loro amato figlioletto che compie sei anni, chiamano prima il loro cugino che ha la reflex, poi l’amico della sorella che ad un certo punto ha fatto un corso, poi magari il pizzaiolo che per arrotondare fa anche due foto (e pagando il giusto fa pure la pole dance). 
Secondo: volente o nolente (più spesso nolente) vengo bombardata da immagini fotografiche, tra cui anche dei ritratti o presunti tali. E a volte qualche menata la faccio pure io e le mie foto devo proprio guardarle io, non c’è scampo. E’ dura accettare che in un gulag, in una stanza con una finestra e verosimilmente un tempo da lupi, costui riuscisse a fare di meglio di chi è iper-equipaggiato con flash, ombrelli, softbox, parabole e chi più ne ha più ne metta (e non è solo un modo di dire: chi più ne ha più ne mette, spesso facendo solo casino). 
Fine della polemica. Passiamo alla fase costruttiva.
Possiamo tutti migliorare i nostri scatti senza andare a Novosibirsk, ma comodamente a casa nostra.
Primo suggerimento: “keep it simple”, cioè non incasiniamoci inutilmente. Avere una sola finestra è un limite, ma anche una risorsa. Tutti a casa abbiamo una finestra. L’importante è fare la foto ad un’ora del giorno in cui non entri il sole direttamente, sarebbe a dire che se il vostro soggetto guarda fuori dalla finestra non deve vedere il sole. Se vicino alla vostra finestra ideale non c’è spazio, vada per la softbox, a patto che sia grande quanto una finestra e sia posizionata come una finestra. 
Sempre per semplicità, se avete già delle difficoltà a gestire la luce, fate un ritratto frontale seguendo le linee guida che ho illustrato qui.
Secondo suggerimento: non facciamo pasticci. Pensiamo a quest’uomo che se avesse sbagliato un intero rullino sarebbe probabilmente finito davanti al plotone d’esecuzione. Scattando in digitale è forte la tentazione non ragionare troppo prima di scattare, guardare lo scatto (guardate lo scatto? Male: dovete guardare l’istogramma dello scatto!) e poi correggere. Una pessima abitudine in cui purtroppo finiamo con l’indulgere tutti. 
Prendiamo allora una macchina analogica e carichiamo un rullino. Ci saranno 12, 24, 36 scatti. Uno scatto per persona. Uno, perché non vale farne tre o quattro con impostazioni diverse. Se volete farne più d’uno (io per un ritratto consiglio sempre di farne tre per ogni posa) lo potete fare, ma non dovete cambiare le impostazioni della macchina, se non la messa a fuoco.
Non avete una macchina analogica? Vada per la digitale, ma disattivate la visualizzazione sul display e non guardate finché non avete finito. Ne scattate 12, 24, 36 in jpg e quello che è venuto ve lo tenete.
Ovviamente in modalità manuale. E poi compratevi una macchina analogica, che ormai non costano più niente.
Troppo difficile? No, non più di tanto: io in fondo ho iniziato così, ma è un po’ di tempo che non lo faccio, quindi è il momento di rifarlo, lo prendo come una forma di rieducazione periodica.
Fatelo anche voi. Se viene uno schifo avete un problema, ma è meglio saperlo che ignorarlo e comunque non è nulla che non si possa curare.
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