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Like a Boss! – Les rencontres d’Arles

arles

(In copertina le chiappe dell Boss by Annie Leibovitz)

Vacanze finite con una full immersion a Les Rencontres de la Photographie di Arles, che probabilmente meriterebbero più di un post e sicuramente più di uno ne avranno.
Dove veramente ho rischiato di andare fuori di testa coi lacrimoni agli occhi è stato alla mostra Total Records dove l’unione di fotografia e vinili mi ha creato un cortocircuito emozionale che c’è mancato poco che non mi asserragliassi dentro con degli ostaggi, che avrei rilasciato soltanto in cambio di un congruo numero di casse di champagne. Fortunatamente mi sono accontentata del catalogo della mostra e sono qui a piede libero a raccontarvela (per chi è di Torino e dintorni: se volete vedere il catalogo ce l’ho in studio).
Il grande valore aggiunto di questa mostra sta nel farti prendere coscienza del fatto che ci sono dei musicisti grandiosi che conosci benissimo, dei fotografi fighissimi che adori, delle foto iconiche che hai perfettamente presente, ma per ignoranza o trascuratezza spesso non saresti capace di identificare correttamente l’autore di uno scatto di copertina. Tipo, voi lo sapevate che la copertina di Physical Graffiti dei Led Zeppelin è di Eliott Erwitt? Io no. E ce l’ho pure, tanto per dire.

La cosa decisamente importante e spesso trascurata che la mostra illustra mirabilmente, è come delle immagini di copertina particolarmente azzeccate, non solo abbiano contribuito a far vendere il disco, ma siano state fondamentali per definire come l’autore viene visto dal suo pubblico. Capisco che “come l’autore viene visto dal suo pubblico” sia un concetto vago che include molte cose, da una sincera stima al lanciarglisi addosso nude sul palco, ma se avete in casa più di venti vinili seri sono sicura che sappiate di cosa sto parlando.

Decisamente non uno sfigato
 Foto di Joel Brodsky

Non so quanti di voi abbiano intenzione di passare alla storia diventando icone di qualcosa, ma tenete conto fin da subito, dalla prima volta che vi fate fotografare, che se nello scatto con cui raggiungerete il grande pubblico sembrate degli sfigati, molto probabilmente il mondo vi ricorderà con la faccia da sfigati.

Oggi siamo avvantaggiati, perché di ognuno di noi circolano foto imbarazzanti (a volte per noi, a volte per chi ce le ha fatte) per cui non sarà l’ennesima foto brutta a fare la differenza o ad affossare la nostra immagine pubblica. Però si può fare un semplice esercizio googlando il nome di uno o una, più o meno famosi, e cercando tra le immagini: secondo me quella muraglia visiva che ci si para davanti, oggi costituisce una buona parte del volto pubblico di quella persona. Se non abbiamo idea di che faccia abbia qualcuno, perché sta sempre dietro ai fornelli o è una voce che esce da una radio, non andiamo forse a cercare tra le immagini su Google? E quella sarà la prima impressione che ne abbiamo. In quell’ammasso ci saranno sempre delle foto tremende, che sono quelle che non è possibile controllare, per cui bisogna controbattere con una pari potenza di fuoco iniettando nel sistema, ogni volta che se ne ha l’opportunità, delle foto che ci rappresentino al meglio.

Foto di Robert Mappelthorpe
(l’avete letto “Just kids”?)

Non è facile, ma se noi per primi quando dobbiamo scegliere una foto di profilo per un account, o ci chiedono una foto di corredo ad un’intervista, un evento a cui partecipiamo, una pubblicazione, scegliamo una foto qualunque, senza badarci troppo, non la spunteremo mai contro chi ci fotografa in una conferenza stampa con gli occhi chiusi e la bocca semi aperta.

A volte è solo lo scoramento di venir male in foto (ne ho parlato qui) che ci fa cadere nel nichilismo e ci suggerisce che tanto una foto vale l’altra, ma non è così. Per dimostrarvelo ho aggiunto una foto di Rita Levi Montalcini scattata da Guido Harari. Durante un workshop gli avevo chiesto come affrontare il problema di fotografare in pochi minuti una persona che non ha tempo da dedicarti, soprattutto quando questa non è per niente cool ma è una banale patata. La cosa della patata l’ha fatto molto ridere per giorni, in compenso mi ha svelato il suo segreto: cerca di fotografare tutti come se fossero delle rock star.

Foto di Guido Harari

La grande scienziata non è certo uno dei casi “patata”, ma dato che l’avrete più volte vista anche in video, ammetterete senza problemi che nella foto qui a sinistra è decisamente più rock del solito.
Questo per dire che, non solo la bellezza, ma anche la sfiga e il rock ‘n roll sono nell’occhio di chi guarda.

Per concludere: prendete i vostri dischi preferiti e andate a vedere di chi è la copertina. Magari troverete una sorpresa. Se il nome non vi dice niente, perché alla fine non è mai diventato famoso o perché voi non lo conoscete, cercatelo comunque su Google. Glielo dovete.

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