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arte, fotografia, selfie e turistiminkia

Come se la passa la fotografia
Mi giunge la notizia che il Rijksmuseum di Amsterdam ha vietato di fare foto al suo interno. Qui  e qui leggo che non lo ha effettivamente vietato ma lo scoraggia fortemente (The Rijksmuseum has not banned photos by visitors but this project presents an simple activity to encourage engagement and appreciated of art in this fast and interconnected world.).
Leggendo meglio capisco quale sia il problema: la gente anziché guardare le opere e soffermarsi accendendo il cervello, le fotografa e passa subito all’opera successiva. Per questo il Rijksmuseum  ha lanciato la campagna #startdrawing in cui invita i visitatori a provare a disegnare l’opera che amano, in quanto dovendo disegnare si è obbligati prima ad osservare per poi poter tracciare un segno sul foglio.  A prima vista sembra che abbia senso.
Ho parlato qui del fenomeno dei turistiminkia che si comportano da spettatori di se stessi, presi come sono a fotografare come degli automi ogni singolo istante di una vacanza che si stanno dimenticando di vivere, ma proprio la settimana scorsa ho anche ribadito qui il diritto a fotografare ciò che ci pare.

 

Io non sono per niente d’accordo con questa scelta del Rijksmuseum.

 

La prima cosa che fa male è vedere una macchina fotografica con una croce sopra troneggiare proprio sulla facciata di un museo, quando nelle collezioni permanenti dei musei le fotografie ci sono entrate ormai da tempo. Questo cartello è molto di più di un “vietato fotografare”, che normalmente si trova all’interno delle sale in piccole dimensioni assieme al “vietato fumare”, “vietato mangiare” e “tenete i cani in braccio”, è una forte presa di posizione, visiva e impattante.
E’ vero, non ce l’hanno con i “fotografi” ma con i turistiminkia da selfie. Non mi interessa.
A chi verrebbe in mente di appendere dei cartelli “vietato parlare” soltanto perché c’è un fracco di gente che dice solo cazzate? Anziché vietar di parlare, non sarebbe meglio dare degli strumenti alla persone per non dire solo cazzate?
MEF, invasioni digitali

E qui veniamo al taccuino da disegno. Il loro invito è di non fotografare quello che ti piace, ma disegnarlo. La prima visione che ho avuto è quella degli ascensori o delle porte dei cessi, su cui ispirati disegnatori e intagliatori hanno vergato ogni sorta di sublime raffigurazione della vita, dell’amore e della morte, proprio a sancire la superiorità del disegno sulla fotografia.

Ma non è questo che probabilmente ci vogliono comunicare; pragmaticamente sostengono che se devi disegnare, anche se non sai disegnare ma solo ci provi, sei obbligato ad osservare, altrimenti non ce la farai mai. A corollario di questo c’è una conclusione non detta ma estremamente ovvia, che se invece fotografi puoi non osservare ciò che stai fotografando. Ah davvero?
Davvero chi gestisce il museo pensa che un fotografo non osservi, non analizzi, non interiorizzi, quello che si accinge a fotografare? Certo che no, il fotografo lo fa eccome, loro ce l’hanno col turistaminkia acefalo.

Ma santo cielo, ma se uno vuole fotografare e il problema è che per incultura fotografica non è in grado di fotografare in modo sensato e intelligente, la risposta giusta è insegnargli a fotografare o ficcargli in mano un blocco da disegno e dirgli di smettere di fotografare?

MEF, invasioni digitali

Non credo che vietare abbia mai portato nulla di buono, infatti apprezzo tra gli altri il progetto di Invasioni Digitali. Secondo me va nella direzione giusta: preso atto che la gente vuole fotografare, scrivere, condividere sui social e che questo in sé non è affatto un male, la responsabilizzazione e il senso di partecipazione ad un progetto sono il primo passo per l’attivazione dei neuroni in quasi qualunque individuo.

Per questo credo che il messaggio non dovrebbe essere di spegnere la macchina fotografica ma di accendere il cervello.

Le due foto che vedete le ho fatte con l’i-phone al Museo Ettore Fico durante un’invasione digitale. Una è anche entrata nel progetto Instadarkroom che ho presentato a The Others.

 

 

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