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Control (ovvero le sensazioni di una scema appena uscita da Paris Photo)

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(Foto di copertina, Nick Cave by Anton Corbijn)

Non parlerò di Paris Photo, tanto ne potrete leggere ovunque, non si sente il bisogno del mio giudizio campato per aria. Però da lì sono appena uscita dopo aver per giunta partecipato ad una di quelle sedute di psicoterapia di gruppo che è un workshop di Antoine D’Agata, da cui non è chiaro se poi ne esci più pazzo di prima. Quindi questo post c’entra con entrambe le cose. C’entra perché alla fine tutto questo uno lo fa per chiedersi cosa sta facendo o cosa dovrebbe fare una volta che ha una macchina fotografica in mano, inclusa l’eventualità di riporla in un armadio da aprire in data da destinarsi.

Non so se è soltanto una mia condizione e sono talmente egocentrica da ribaltarla sul resto del mondo o se è un problema rilevante per la fotografia. Io sono partita con la pellicola, colori, bianco e nero, macchine buone, macchine pessime, polaroid, toy cameras (tipo la Holga per intenderci), camera oscura, chimica e sudore. All’inizio ho dovuto anche combattere con la tecnica inerente ai vari passaggi, per cui non vi stupirete se confesso che di immagini sporchine ne ho ricavate numerose.
Adesso sono una discreta stampatrice, virtù della quale non frega più una mazza a nessuno.
Poi è arrivato il digitale. Poi una di quelle frane esistenziali per cui molli la supergravità e i buchi neri che ti hanno accompagnato per dieci anni e inizi a studiare fotografia per aprirti poi uno studio.
E a qual punto arriva il mercato, che vuole immagini digitali impeccabili, nitide, pulite, a costo di sterilizzarle con Photoshop. Impari a fare anche quelle, trovi pure un tuo linguaggio, un tuo modo di fare le cose che viene in qualche modo riconosciuto e apprezzato. Però c’è sempre la vita, che rimane saldamente attaccata ai fatti tuoi, che non è sterilizzata, non è nitida, suda e un po’ puzza. La tua o quella degli altri che ti trovi, anche per lavoro, a dover fotografare; è piena di polvere, macchie e graffi.

Dico spesso che non è il mezzo con cui fai le foto che importa, che con qualunque mezzo si possa fare buona fotografia, ma che d’altra parte se si ha in mente qualcosa di specifico è bene dotarsi dello strumento più adatto per quello scopo.
In questo momento non mi è chiaro di quale strumento io abbia bisogno. Non mi è chiaro perché uno può anche farsi i suoi diamine di progetti, ma poi c’è un mondo là fuori a cui bisogna farli vedere, altrimenti è onanismo.
Mi è capitato di fare un servizio per una cliente, un reportage in una situazione di luce molto scarsa e spazi estremamente ristretti (il che significa che ho dovuto usare un obiettivo f/1,4 alla massima apertura, che nella fattispecie è un 50mm, 1/60 di tempo e tutti i 6400 iso che la D3s mi ha concesso, per cui chi può capire capisca le criticità della situazione); tutto ok, cliente soddisfatta ma mi è rimasta una piccola delusione che è riemersa prepotentemente a Paris Photo vedendo questo ritratto di Nick Cave.
Una delle foto che secondo me era riuscita meglio, per forza e intensità del suo gesto, era lievemente fuori fuoco; un fuori fuoco reso visibile dal fatto che il rumore della D3s è ridicolmente basso. Avessi tirato una pellicola a 6400 iso avrei avuto una grana a pallettoni che avrebbe reso impercettibile la debole sfocatura. Normalmente, conoscendo i miei polli, se non è perfetta non la propongo nemmeno, ma in questo caso la trovavo talmente bella che ho voluto darle una chance. No, scartata. Eppure la foto scattata da Corbijn ha un micromosso non da poco sugli occhi, l’ho vista stampata a più di un metro di lato e ne son certa, ma non mi sembra che mai nessuno l’abbia considerato un problema. Tra l’altro questa foto la adoro e quelle sopraciglia pure.
Evidentemente il digitale ha cambiato le aspettative nei confronti della fotografia. Ci si aspetta il dettaglio, la perfezione e quello che ciò che non è perfetto lo si tiri a lucido con Photoshop. Oppure l’esatto contrario, volutamente e forzatamente mosso o fuori fuoco, non un’imperfezione del mezzo ma un’operazione cosciente da parte del fotografo. Almeno, questo è quello che io vedo prevalentemente in giro. Dal lato della pulizia, del dettaglio, del fotoritocco e del fotomontaggio il digitale ha fornito strumenti molto potenti che in diversi casi sono stati usati per perseguire un fine che con altri mezzi non sarebbe stato possibile, ma in troppi altri mi sembra sia un compiacimento fine a se stesso per stupire visivamente continuando a dire cose vecchie, con un linguaggio vecchio, nascoste sotto il celebrato vestito nuovo.

Sul lato dell’imperfezione non possiamo che rassegnarci al fatto che se andiamo in giro con cinque-settemila euro di attrezzatura digitale in mano, l’imperfezione ce la dobbiamo andare a cercare e questo in futuro sarà ancora più vero. Oppure dobbiamo tornare all’analogico, ma non so che senso abbia, forse ne ha di più trovare nuove vie per gestire il digitale.
Non ho ovviamente delle risposte, ho solo bisogno di una pausa, di lasciare un po’ andare le briglie, per cui da meno di un mese ho preso in mano una macchinetta da duecento euro e faccio foto con quella. Foto così, quando mi capita e quando ne ho voglia. Tipo questa, che non ho nemmeno fatto io; le mani sono mie, ma la foto l’ha fatta Vera, la figlia di due miei amici che ha due anni e mezzo. Forse dovrei fargliene fare di più e imparare da lei. Meno male che tra poco vengono a trovarci a Torino così faremo insieme tante fotò (Mademoiselle Vera vive a Parigi). Qualcosa ho già imparato da lei: non sono abituata ad un oggetto così piccolo con un obiettivo così corto, per cui come lei ci mette spesso davanti il dito, io ho scattato tutta una mattinata con i peli delle finiture in pelliccia del cappotto davanti all’obiettivo e ho passato il pomeriggio a chiedermi cosa fossero.

 

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