In morte del tacchino induttivista

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Lo premetto subito: questo è un post acido, con il caldo c’è chi sbrocca definitivamente, c’è chi come me abbassa semplicemente l’asticella della sopportazione.
Ci tenevo a dire due parole brutte sull’infestante concetto di “sperimentazione” in fotografia, che torna e ritorna nei contesti più improbabili e disparati.
Sentendo “sperimentazione” o “sperimentale” il mio pensiero ricco di devianze scientifiche va subito a Galileo e alla necessità della prova empirica per poi ricordarsi del buon Bacone e della successiva critica di Russell al tacchino induttivista, il quale stabilito che il contadino lo nutre con regolarità tutti i giorni, può arrivare a prevedere che anche domani sarà nutrito: ma domani è il giorno del Ringraziamento.
Cosa c’entra tutto questo con la succitata fotografia sperimentale?
E’ molto semplice: il fotografo sperimentale è principalmente un induttivista,  snobba Popper e vede di mal occhio la formulazione di una teoria a priori da verificare con l’esperimento, parte a testa bassa senza pregiudizi teorici di sorta, guidato da una solida fede nell’empirismo.
Per esempio, se decide di compare una torcia flash, si guarderà bene dal leggere le istruzioni, guardare un tutorial su Youtube su come cazzo si usa o, non sia mai, frequentare un corso o una scuola di fotografia che gli fornisca gli strumenti per formulare una qualsivoglia ipotesi sul suo funzionamento.
Il fotografo sperimentale attacca il flash e agisce. Dato che la probabilità che l’immagine sia esposta correttamente, non presenti zone bruciate, non sia né abbacinata da riflessi abnormi né massacrata da ombre irragionevoli ed abbia inoltre un colore verosimile è estremamente bassa, egli otterrà quella che nel gergo tecnico è chiamata ‘nammerda.
Aver ottenuto ‘nammerda, non porterà il nostro indagatore a dedurre di doversi munire, per incominciare, di un fotometro, sarebbe cedere terreno agli odiati deduttivisti, quindi varierà alcuni parametri a caso e otterrà di nuovo ‘nammerda, diversa però da quella di prima.
A questo punto arriverà il solito teorico tignoso a fare il pignolo e digli che cos’ha fatto finora è ‘nammerda e il piccato sperimentatore sentenzierà: questa è fotografia sperimentale!
A nulla varrà la bibliografia che il teorico è in grado di fornire al nostro empirista allo scopo di dissuaderlo dall’indagare campi già abbondantemente indagati, nei quali domande tipo “ma se chiudo un pochino il diaframma, che cosa succede?” hanno da tempo trovato soddisfacenti risposte: lo sperimentatore vuole impararlo sulla propria pelle e ne va orgoglioso.
Poi certamente, ci sono persone che si pongono seriamente il problema di sperimentare nuove tecniche e nuovi linguaggi fotografici, ma qui si parlava di tacchini.
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