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Luci e ombre delle photo marathon

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Ogni volta che inizia il tam tam della photo marathon che si avvicina mi viene immancabilmente chiesto “ma tu, non partecipi?”.
No, non partecipo, non ho mai partecipato: ma questo non significa che io sconsigli di partecipare.
Come in molte cose ci sono aspetti che considero positivi e interessanti e altri un po’ scivolosi, per cui è solo facendo un bilancio dei due per il proprio caso specifico che ognuno può decidere se partecipare o meno.
Il fatto sicuramente positivo è quello di mettersi alla prova con delle foto “su incarico”, per le quali ci sono dei vincoli, non strettissimi ma perlomeno c’è un tema e un tempo limite in cui portare a termine il compito. Mentre questo modo di lavorare è il pane quotidiano del professionista che per uscire da questi vincoli deve ritagliarsi un po’ di tempo libero per fare le foto che gli pare e come gli pare, per il fotoamatore è l’occasione per fare un esercizio a cui non è abituato, visto che normalmente si trova a fare foto nella più totale libertà.
Secondo me si tratta appunto di un esercizio, sicuramente stimolante, ma di un esercizio. Così come uno potrebbe selezionare un punto a caso della propria città (per esempio sorteggiando un numero che vada a identificare una fermata di GTT) e dirsi “adesso vado esattamente lì e mi do quindici minuti per fare una foto senza spostarmi più di dieci metri”. O qualunque altra cosa venga in mente.
Davvero, credo che qualunque menata tiriate fuori sarà un esercizio utile, qualunque sia il vostro livello, che siate amatori o professionisti. (Chi è a corto di idee può consultare i miei dieci esercizi per l’estate)
Ciò che mi lascia tiepida è il fatto che normalmente alla fine ci sia una premiazione e addirittura una mostra, reale o virtuale. Lo capisco benissimo che per gli organizzatori sia impossibile fare l’unica cosa che a mio avviso sarebbe sensata, ovvero un incontro collettivo con una lettura critica di quanto fatto. 
Premio e mostra sicuramente stimolano i partecipanti e ne riconoscono gli sforzi. D’altro canto però si rischia di suffragare l’incultura della foto mordi e fuggi, lasciando intendere che in poche ore si possa fare una foto su un tema a caso, senza pensarci troppo, e che questa sia addirittura meritevole di un premio e di essere esposta.
Mi rendo infatti conto dagli allievi dei miei corsi, che le loro aspettative sul tempo necessario per fare una buona foto sono estremamente al ribasso. In molti casi dedicano un paio d’ore a fotografare un certo posto, una certa situazione, mi portano una decina di foto da visionare (su un centinaio che hanno scattato) e sono quasi delusi quando dico che una va bene, in due c’è una buona idea ma andrebbero rifatte con alcuni accorgimenti e le rimanenti sette non funzionano. Quando spiego che è un buon risultato, quasi non mi credono e pensano che stia dando loro un contentino per non deprimerli, perché sono convinti che una foto buona su cento (fatte in un’unica sessione) sia poco.
Detto questo credo sia chiaro perché io non partecipi: se ho un po’ di tempo libero per fare foto per conto mio, il mio principale desiderio è fare esclusivamente cosa voglio io con le tempistiche che decido io. In secondo luogo non vorrei mai far giudicare a qualcuno come “fotografia” i miei esercizi: gli esercizi sono della robaccia che in primo luogo serve a ciascuno di noi per crescere, ma come i panni sporchi vanno lavati in casa.
Per il resto può essere una bella occasione per dedicarsi un’intera giornata alla fotografia e a confrontarsi con gli altri.
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